Il Gruppo di Supporto Fotografi Pigri è un laboratorio fotografico virtuale della durata di 16 settimane, in cui diverse persone lavorano a esercitazioni e progetti personali su una piattaforma condivisa e protetta da password. Pensato per chi vuole mettersi alla prova con la fotografia, per chi cerca la propria voce o per chi ha semplicemente bisogno di una scusa per fotografare ogni settimana.
gruppo di supporto fotografi pigri
AL MOMENTO NON SONO PREVISTI NUOVI CORSI.
  • Ph. Chiara Caponnetto
  • Ph. Alle Bonicalzi
  • Ph. Anna Agrusti
  • Ph. Sara Guarracino
  • Ph. Luciano Simonelli
  • Ph. Romano Carrattieri
  • Ph. Roberta Segata
  • Ph. Giuseppe Catania
  • Ph. Lucia Ligniti
  • Ph. Ilaria DiStefano
  • Il Gruppo di Supporto Fotografi Pigri è un esperimento fotografico testato sugli umani.
  • Io sono diventata una fotografa grazie a Internet. Non avrei mai fatto niente di quello che faccio nella vita vera se non ci fossero state un manipolo di persone sul mio livejournal del 2000 ad aiutarmi, darmi consigli, fornirmi spunti. 14 anni dopo è apparentemente tutto più semplice, sono migliorati i mezzi, aumentate le informazioni, eppure questa cosa ha un costo.
    
Basta fare un giro su flickr per capire quanta uniformità di visione ci sia: ogni foto ha cento cloni, anche quelle che raccontano teoricamente piccoli momenti privati, tanto che a volte e’ impossibile distinguere una persona dall’altra. Quando la tua vita personale è raccontata coralmente da mille persone diverse, la si puo’ ancora chiamare personale?
    Per funzionare, questo sistema ha bisogno di mantenersi superficiale e non farsi troppe domande.
  • Si comunica in termini di “like”, “stelline”, “fav” e ci si adatta a quello che viene percepito dagli altri, non si spiega mai niente, non si approfondisce: ho visto fotografi cominciare con lavori interessantissimi ma che non avevano grosso seguito e poi cominciare a modificare quello che facevano in funzione del feedback, fino a quando il loro lavoro è stato assimilato. Il mio problema con Instagram e’ che le foto sono tutte uguali. Riconosco al volo una foto scattata con Instagram, ma non so chi l’ha scattata, se non in rarissimi casi.
    Ad aggiungere complicazioni c’e’ anche una questione di ritmi: nel 2000 Internet lo dovevi “accendere”. Adesso, grazie anche agli smart phone, e’ costantemente presente, come un rumore bianco. E’ tutto veloce, tutto superficiale.
  • Ma se io prendo un numero limitato di persone, le infilo in un ambiente controllato, diversifico gli input ma non cerco di controllare le loro direzioni e chiedo “perche’” molte piu’ volte di quante chiedo “come”, e invece di fare una cosa veloce le costringo a lavorare a un progetto per un periodo prolungato di tempo, cosa ne viene fuori?

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